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Nomadland, di Chloé Zhao. La recensione

La recensione di Nomadland, di Chloé Zhao con Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Swankie

Ultimo film per ordine di proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia è Nomadland, di Chloé Zhao. Interpretato da Frances McDormand, Fern, la protagonista del film, carica i bagagli nel suo van e si mette sulla strada alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale, come una nomade dei tempi moderni.

La giovane regista dichiara: «Nell’autunno del 2018, mentre giravo Nomadland a Scottsbluff, Nebraska, vicino a un campo ghiacciato di barbabietole, mi ritrovai a sfogliare Desert Solitaire di Edward Abbey, un libro che mi aveva regalato qualcuno incontrato sulla strada. Sfogliandolo incappai in questo passaggio: “Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata. Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare… a volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è un sogno, il pensiero un’illusione, e solo la roccia è reale. Roccia e sole”.»

«Per i successivi quattro mesi, mentre ci spostavamo per girare il film, fu un continuo andirivieni di nomadi; molti di essi conservavano rocce raccolte durante le peregrinazioni a bordo delle loro case su ruote alimentate dal sole. Dispensavano storie e saggezza davanti e dietro l’obiettivo della telecamera. Essendo cresciuta in città cinesi e inglesi, sono sempre stata profondamente attratta dalla strada aperta, un’idea che trovo tipicamente americana: la continua ricerca di ciò che sta oltre l’orizzonte. Ho tentato di catturarne uno scorcio in questo film, sapendo che non è possibile descrivere veramente la strada americana a un’altra persona. Bisogna scoprirla da soli.»

È vero, bisogna scoprirlo da soli. La storia che ci viene raccontata in Nomadland, quasi come il migliore dei road movie è la metafora dell’esperienza voyeuristica dello spettatore in sala. Zhao pone il pubblico davanti a un viaggio che non è soltanto quello di spostarsi da un posto all’altro, senza meta, ma quello di un percorso introspettivo alla ricerca di qualcosa che forse non vedremo mai. Il passato di Fern, pieno di ricordi, dolori e angosce non smette di rincorrerla. La donna fugge, è sempre in un posto diverso per non pensare, per cercare qualcosa che a lei è sconosciuto. La verità – questo la giovane regista statunitense ce lo insegna – è che fuggire da se stessi è inutile e altrettanto impossibile.

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